mercoledì 27 gennaio 2010

La vita è così bella!

E’ una brutta notte… fa molto freddo, piove, e il vento soffia con violenza riempiendo di rumori un po’ sinistri la mia casa addormentata. Come spesso succede quando Carlo non c’è, non riesco a dormire e sono oppressa da brutti pensieri. Così eccomi a scrivere, come facevo da ragazzina per isolarmi dalle cose che non mi piacevano, e come allora cerco serenità nei ricordi di quei momenti che hanno saputo darmi emozione, gioia di vivere, carezze fragili di felicità.
Ho vissuto meno di dieci giorni fa uno di quei momenti, sulla cima di un monte, al di sopra delle nuvole. L’ho vissuto ogni volta che arrivavo in cima ad una pista e guardavo lo spettacolo che mi offriva la montagna. L’ho vissuto ogni volta che ho respirato quell’aria freddissima preparandomi a scendere a valle. L’ho vissuto ogni volta che ho preso la macchina fotografica per fermare quelle immagini belle da stringere il cuore, mentre le dita mi si congelavano tanto da non riuscire più a muoverle.
La montagna… dire che la adoro è dire poco. Adoro la neve, sentirla scricchiolare sotto le scarpe, vederla sfarinare mentre scendo con gli sci o volteggiare e posarsi a decorare tetti ed alberi, adoro l’aria frizzante che ti riempie i polmoni, adoro perfino il freddo che ti arrossa il naso e le mani, e ti congela le orecchie ed i piedi… adoro il vento che ti scompiglia i capelli mentre scivoli sui pendii nel silenzio più assoluto, adoro quello spettacolo magnifico di cui godi a migliaia di metri di altitudine. La montagna, mondo incantato con le sue distese infinite di alberi e rocce, con i suoi prati innevati punteggiati di orme di lepri ed uccelli, con i suoi cieli di un azzurro così intenso da sembrare dipinto; un mondo pulito, silenzio puro, e la mente fa fatica a ricordare che esistono l’inquinamento, l’effetto serra, il buco nell’ozono, quassù puoi credere che siano tutte balle, e puoi dimenticare che esiste la città, l’odore dei gas di scarico, quest’aria frizzante sembra disintossicarti i polmoni e la mente, ha il potere di annullare tutto ciò che di negativo hai lasciato a valle… e non esistono più lo stress del lavoro, la noia di giorni tutti uguali, la stanchezza di una vita troppo frenetica, i piedi mettono le ali ed io… io sono felice, pervasa dalla sensazione di eternità ed immensità che solo la montagna mi sa dare, mentre lo sguardo domina il mondo, vaga fino al mare, ed il cuore mi scoppia per l’emozione di un momento indimenticabile. Sono felice, lo sono stata poche volte in questo modo, è come vivere una piccola fiaba che parla di un mondo popolato di fate, di elfi, di allegri gnomi con cui ballare tra gli abeti innevati, mi sento incredibilmente piccola ed immensa nello stesso tempo e vorrei che il tempo… il tempo si fermasse. Solo per un po’. Il tempo di dire: basta, possiamo ripartire, ho fatto il pieno di gioia di vivere,  e posso di nuovo affrontare il mondo lontano da qui.
Da quanto tempo non mi sentivo così bene? Il tempo sembra essersi fermato, lo spazio non esiste più, un mondo incantato mi aspetta ogni mattino al di là delle persiane di legno, un mondo di alberi ruscelli prati laghi nuvole… un mondo dimenticato, lontano anni luce dalla mia vita di tutti i giorni che pure amo tanto, un mondo nel quale mi immergo e mi isolo come se non avessi mai aspettato altro, un mondo fatto soprattutto di silenzio, un mondo che trattiene il respiro e mi permette di ascoltare me stessa, di sentire il mio cuore e le voci dei miei sentimenti.
Sono felice ogni volta che domino il mondo da una vetta, ogni volta che ne scendo controllando muscoli e sci, sono felice di rialzarmi dopo una caduta, con la neve che si infila dappertutto e Carlo che ride con me. Siamo soli io e lui, soli come non succedeva da vent’anni, e ritrovo lentamente la serena contentezza delle amate banalità… che non ti soffermi mai ad apprezzare abbastanza.
Mi ha fatto bene andare via, mi ha fatto bene stare sola con Carlo, mi ha fatto bene come sempre affrontare la fatica dello sci e la bellezza della montagna… e stasera mi addormenterò con queste belle immagini nella mente, le immagini di questo mondo che amo, perché malgrado i suoi inganni i suoi orrori furori errori, malgrado le sue guerre violenze torture disgrazie, questo vecchio mondo mi piace… questo povero vecchio mondo malato è mio, ed io lo amo.


Mondo ti amooooooooooooooooooooooo!!!

mercoledì 18 novembre 2009

Ti troverò, per ringraziarti

Quasi invisibile nell’oscurità, l’uomo entrò nella stanza con passi felpati. Si avvicinò nel silenzio più assoluto al letto matrimoniale e vi fissò lo sguardo respirando in fretta. Antonio e sua moglie erano immersi nel sonno, vicini, inconsapevoli di quella presenza. L’uomo rimase immobile ai piedi del letto, poi fece qualche passo verso Antonio, si chinò su di lui e gli sussurrò all’orecchio: "sto ancora aspettando che tu mi ringrazi".
Antonio si svegliò di soprassalto, il respiro affannato, la bocca asciutta, il cuore che batteva con violenza. La sveglia segnava le tre, e nel buio le ombre assumevano forme minacciose. Aveva sognato. Lo stesso sogno di sempre, quel sogno dal significato tanto chiaro, quel sogno che da mesi gli avvelenava le notti. Si mise seduto, il viso tra le mani, sconvolto dalla sensazione di gelo, di solitudine, di impotenza che ogni volta il sogno gli lasciava. Era stanco, stanco di non dormire, stanco di non saper affrontare il suo problema, stanco di sentirsi stanco. Si alzò, andò in cucina senza accendere la luce, si sedette al tavolo e fece un respiro profondo. Guardò davanti a sè la sedia vuota , ripensò all’uomo chino sul suo viso ed annuì più volte. "Va bene", sussurrò al buio ed al sentore di quel sogno, "va bene, ti troverò, lo giuro, ti troverò, per ringraziarti". Poi tornò a letto, sfiorò con le dita i capelli della moglie e passò il resto della notte sveglio, a chiedersi in quale modo avrebbe mai potuto rispettare il suo giuramento. Verso l’alba si addormentò, sfinito ma sollevato per la decisione presa.
Nessuno lo avrebbe aiutato, lo sapeva. Non poteva chiedere, non sarebbe servito supplicare, doveva fare tutto da solo. Quel mattino si vestì con cura e salutò la moglie con un bacio come faceva ogni giorno prima di uscire per la sua passeggiata: "Oggi starò fuori un po’ più a lungo, devo fare una cosa importante, poi ti racconterò". Lei non chiese nulla, paziente e comprensiva come sempre, come poche donne sanno essere, fiduciosa in quell’uomo leale e fedele come pochi uomini sanno essere. Si volevano bene da quasi quarant’anni, e non avevano bisogno di molte parole per capirsi. Lei conosceva il suo tormento, e vide nel suo sguardo una determinazione che poteva avere un solo significato. Gli accarezzò una guancia e sorrise: "Allora ti aspetto per l’ora di pranzo".
Uscendo nell’aria tiepida di settembre, di nuovo si chiese se non fosse tutta una follia. Nessuno lo obbligava a farlo. Paura, aveva paura, paura di fallire, paura di sapere, paura che fosse tutto un errore. Alzò le spalle, basta, ormai hai deciso, vai fino in fondo, non hai più scelta. Salì in macchina, fece scaldare il motore, affrontò le curve aspre che lo avrebbero portato a Perugia ed alla biblioteca. Tranquillo, mormorò a se stesso, ci riuscirai, ci devi riuscire.
Chiese i giornali dei primi di febbraio. Tutti i quotidiani più importanti, con tutta la cronaca locale possibile. Doveva pur partire da qualcosa, da qualche parte. Passò la mattinata a sfogliarli con attenzione, una pagina alla volta senza saltare un solo trafiletto. La bibliotecaria, una ragazza carina e sorridente,  gli aveva suggerito la consultazione informatica ma lui non aveva dimestichezza con i computer, aveva chiesto il vecchio, rassicurante cartaceo. Forse con il computer avrebbe fatto più in fretta ma a lui il tempo non mancava. Poteva perderne quanto ne voleva.
Quella fu la prima di una serie di mattinate in biblioteca. La ragazza lo vedeva arrivare e gli porgeva i giornali, non aveva idea di che cosa cercasse ma gli piaceva il viso aperto dell’uomo, il suo sorriso gentile, la sua cortesia. Provava una sorta di tenerezza nel guardarlo leggere con attenzione ogni rigo, gli occhiali sul naso e l’espressione concentrata, isolato dal mondo intero, immerso nella sua ricerca di chissà cosa di chissà chi…
Antonio ci mise nove giorni. Poi trovò quello che stava cercando.
Il giornale  era del 10 febbraio e riportava le generalità dell’uomo, il luogo in cui era avvenuto l’incidente, un piccolo paese nel comune di Arezzo, e poco di più. Francesco, 6o anni, era caduto da un albero ed aveva riportato una commozione cerebrale seguita da coma irreversibile.  Il cuore di Antonio batteva con violenza, cercò di calmarsi senza riuscirci, si alzò, chiese alla ragazza di dargli quella stessa testata,  11 febbraio.  La ragazza lo osservò cercare in modo frenetico tra le pagine, lo vide impallidire, e si preoccupò nel vederlo con il viso tra le mani, sconvolto, emozionato, affannato.
11 febbraio. E’ morto ieri l’uomo di Arezzo caduto da un albero due giorni fa. I parenti hanno autorizzato il prelievo degli organi, avvenuta a cura dell’équipe del reparto trapianti di Pisa…
Il cuore di Antonio sembrava impazzito, aveva la gola chiusa dall’emozione, le lacrime agli occhi, la voglia di urlare; la mente faceva fatica ad afferrare fino in fondo il significato di ciò che stava leggendo . Ti ho trovato, sussurrò, ti ho trovato. Ti ho trovato.
La seconda ricerca fu più facile, e molto fortunata. L’elenco telefonico di Arezzo riportava una sola voce con quel nome. Antonio fissò sua moglie e le chiese: "Sii sincera, pensi che io sia pazzo?". Lei scosse la testa, sorrise: "Fai quello che devi fare". E lui compose il numero con le dita tremanti.
Due squilli, tre, quattro, risponditipregotipregotiprego, sei, sette, tipregorisponditipregotiprego, nove, mi sa che non c’è nessuno, poi all’improvviso una voce di donna, roca, un po’ brusca, "Pronto?". La moglie, forse, la figlia, chissà… che dico adesso? Antonio aveva immaginato migliaia di volte quel momento, si era preparato decine di belle frasi, ma non ne aveva neanche il minimo ricordo mentre annaspava alla ricerca  delle parole giuste. Così parlò a ruota libera, con la paura che lei buttasse giù la cornetta, senza prendere quasi fiato, senza darle modo di interromperlo. Le raccontò della sua malattia, della sofferenza, dell’attesa, di quella notte tra il 10 e l’11 febbraio in cui un donatore sconosciuto gli aveva regalato un fegato sano e con esso la possibilità della guarigione, del ritorno alla vita. Gli arrivava ogni tanto un sospiro breve, piccoli suoni che sapevano di pianto, allora rallentava, si fermava un attimo, continuando poi a riempire con la sua storia quel silenzio pieno di dolore . Raccontò del suo sogno, della sua sensazione che da quella notte un uomo lo accompagnasse in ogni suo momento, chiedendogli ripetutamente di ringraziarlo per il suo dono, e della sua decisione di pochi giorni prima, di come lo aveva cercato, di come non si fosse stupito che fosse veramente un uomo, del fatto che avesse la sua stessa età. Poi finalmente tacque, il respiro corto, la paura di sentirsi rispondere che aveva fatto male a chiamarla, di aver portato di nuovo dolore e lutto in quella casa, in quella vita. Quando lei parlò, gli fece l’unica domanda che Antonio non aveva previsto di sentirsi fare: "Mi dica, lei sta bene adesso?". Così ebbe la certezza di averlo trovato davvero,  ed anche di aver fatto la cosa giusta, perché lui aveva bisogno di ringraziare qualcuno, ma lei aveva bisogno di sapere che quella morte e quella decisione erano serviti a qualcosa, a qualcuno. "Sto bene signora, sì, sto veramente bene, avevo dimenticato cosa significasse stare bene davvero… era suo marito?". "Era mio marito".
Parlarono a lungo. Antonio stringeva la mano di sua moglie ed aveva il viso rigato dalle lacrime. Quando si salutarono lei promise di richiamarlo, quando avesse metabolizzato meglio la cosa, quando si fosse sentita pronta a farlo, la chiamerò, glielo prometto Antonio, la voglio conoscere, ma non ora, è troppo presto, troppo doloroso.


L’ho incontrato per caso, Antonio, un mese circa dopo che mi aveva raccontato di questa sua decisione, di quello che aveva fatto… Ero in sala d’attesa a parlare con una paziente e me lo sono trovato vicino, il sorriso dietro la mascherina che i trapiantati portano nei luoghi affollati, una gioia di vedermi che gli faceva brillare gli occhi. Ci siamo stretti la mano con affetto, lui fa parte del mondo che ho lasciato con dolore, gli ho chiesto come sta, e poi ovviamente gli ho chiesto di quella storia, com’è andata a finire Antonio, ci sei andato poi al cimitero?
Certo che ci sono andato, Anna. E continuo ad andarci, vado sulla sua tomba almeno due volte il mese, come se fosse un mio parente, un amico carissimo, e tutte le volte lo ringrazio, e mi sembra, come dire, che lui sia lì a rispondermi, a farmi l’occhiolino. La moglie mi ha richiamato proprio due giorni fa, dopo più di un mese, non me l’aspettavo più ormai, invece mi ha detto di non aver mai smesso di pensarci, vuole conoscermi, conoscere mia moglie, la mia famiglia, e di nuovo ha voluto sapere se sto bene, io sto benissimo Anna, ancora meglio ora che ho saputo, lo so che per legge il donatore deve rimanere anonimo, ma io stavo impazzendo, dovevo fare qualcosa.
Ci siamo salutati con un abbraccio, la moglie sempre vicina, piccolina e sorridente, semplice e buona come lui, un amore che le illumina gli occhi ogni volta che lo guarda. Ho il cuore stretto mentre lascio la sala d’attesa e rientro nel reparto in cui lavoro adesso, ho sentito tante storie belle negli anni in cui ho lavorato con i trapiantati, ma questa mi ha commosso più di tutte le altre, l’ho raccontata a tante persone, ed ogni volta immagino Antonio che lascia il cimitero col cuore leggero, libero finalmente dal suo tormento, sereno dopo aver ringraziato, di nuovo, quello sconosciuto che morendo gli ha donato una nuova vita.

 

 

Una risposta a Ti troverò, per ringraziarti.

  1. Agnese scrive:
    L’ho riletta e di nuovo mi sono emozionata per questa stroria… Io non credo nell’aldilà, non credo in Dio, però credo nell’amore tra gli uomini qui sulla terra e questo è un chiaro segno di amore, altruismo, generosità e gratitudine tra persone sconosciute ma legate tra loro, anche se in modi diversi, dalla cosa più bella: il dono della vita!

sabato 31 ottobre 2009

Venticinque giorni di nostalgia

Alla fine quel giorno è venuto… venticinque giorni fa ho lasciato il mio reparto per iniziare un lavoro completamente diverso in un altro…  Ho pianto più di una volta nel mettere contro il mio armadietto le ultime tacche, ma alla fine ho voluto con tutta me stessa ritrovare la mia serenità, riprendere a dormire, smettere di pensare e pensare e pensare fino a sentirmi sfinita.
Non mi innammorerò mai più di un lavoro, non voglio più farlo… per non soffrire più così tanto. D’ora in poi mi sono prefissata  solo di farlo bene, come sempre, con professionalità e competenza, senza mai arrivare a quella demotivazione ed indifferenza viste in tanti miei colleghi ma senza neanche più perderci il sonno e la tranquillità.
Il cinque di ottobre ho… come dire… tagliato un cordone ombelicale, con dolore ed amarezza, ma convinta di fare la cosa giusta.
Il giorno stesso ho fatto attaccare in bacheca il mio saluto a tutto il personale con cui ho lavorato in questi ultimi otto anni.




Pisa, 5 ottobre 2009 


Ciao a tutti, indistintamente.


Vi scrivo perché non ho avuto la possibilità di salutarvi tutti.

Da oggi non lavoro più qui e desidero che sappiate che  l’esperienza vissuta con voi è stata più che positiva. Non so se sono riuscita a dare sempre il meglio di me… di sicuro ci ho provato, mettendo in questo lavoro tutto  l’impegno di cui sono stata capace, per acquisire la competenza e la professionalità che in un posto come questo sono indispensabili. Spero di essere riuscita a guadagnarmi un po’ di fiducia e di stima, e perché no di simpatia, malgrado i problemi ed i malintesi che nel tempo, inevitabilmente, si sono creati per motivi vari, per la stanchezza ed il nervosismo dovuti al grande carico di lavoro, per parole riportate e mai chiarite, per molti altri motivi che non penso sia il caso di esaminare qui. Se ho ferito qualcuno chiedo scusa, se qualcosa è rimasto in sospeso sono pronta a parlarne ed a chiarire. Di sicuro me ne vado con un po’ di magone, so di lasciare molte belle persone, persone che nel tempo mi hanno dimostrato affetto, simpatia,  fiducia nelle mie capacità. Lascio qui un pezzetto di cuore, lo lascio accanto ai pazienti soprattutto, ai miei colleghi, ai medici con cui ho lavorato gomito a gomito, ma anche a tutte le altre persone con cui non ho lavorato a stretto contatto ma con le quali negli anni ho scambiato confidenze, interessi, consigli, informazioni, favori, e tutto ciò che si vive in una piccola comunità dove ognuno ha un suo ruolo grande o piccolo, ed ognuno contribuisce al buon andamento delle cose. Da oggi non sono più un anello di questa catena ma sono contenta di averne fatto parte, e terrò questa esperienza stretta nel mio cuore sapendo che se non mi servirà altrove dal punto di vista professionale, mi avrà comunque arricchito dal punto di vista umano… come d’altronde tutte le esperienze.

Mi mancherete.
Non vado lontano… solo poche decine di metri, più che superabili per chi vuole tenersi in contatto con me.

 
Vi abbraccio tutti, dai "pilastri" che mi hanno insegnato tutto quello che ho imparato, agli ultimi arrivati che avrei voluto conoscere meglio.


Anna Musolino



Sono passato venticinque giorni da allora, dall’inizio della mia "nuova vita"…  il lavoro che faccio adesso è molto meno affascinante, sicuramente molto più piatto, ma anche molto meno faticoso e stressante, e mi lascia energia da dedicare alla mia famiglia ed a me stessa. Oggi dopo un secolo ho fatto una passeggiata in bicicletta per i campi insieme a Carlo, a fare foto, a chiacchierare tranquilli, a respirare l’odore dell’erba, a godere di quella fatica muscolare che non ha niente a che fare con la stanchezza, ma che è vita, energia, gioia di essere al mondo. La voglia di muovermi, di uscire, fanno parte della ritrovata pace.
Con le mie colleghe più care ed il mio collega  adorato rimarrò in contatto anche senza bisogno di lavorarci… ho lasciato con loro un pezzo di cuore, e loro hanno fatto per me  un gesto che è stato in assoluto il più bello che abbiano mai fatto per me dei colleghi in trent’anni di lavoro. Non lo dimenticherò mai. So che avrebbero voluto che io facessi un’altra scelta. Ma so anche che hanno capito.

Rimarremo vicini… ve lo prometto. Non potrei fare a meno di voi!!!





E se a volte come stasera ho il magone…
E se la visita a sopresa di una paziente trapiantata mi fa venire le lacrime agli occhi…
E se mi sorprende la nostalgia a stringermi forte il cuore e l’anima…
E se passare davanti al mio vecchio reparto mi fa chiudere la gola…



… Passerà.

Semplicemente.

Prima o poi.

lunedì 24 agosto 2009

I miei gnometti... i miei pensieri




Ogni tanto, a sorpresa e senza un vero motivo, i ricordi mi investono e mi commuovono, lasciandomi un po’ di amaro in bocca al pensiero di come sia volato il tempo, di quanto sono cambiata io, di come gli anni hanno fatto scempio della mia fantasia, della mia spensieratezza, dei miei entusiasmi, di me stessa. Ogni età, è ovvio, ha una sua bellezza. Io sono fortunata, sono sana malgrado i miei piccoli acciacchi, mi dicono che non dimostro gli anni che ho, ho una bella famiglia malgrado le preoccupazioni che inevitabilmente mi procura l’avere due figlie di età diverse ma entrambe critiche, non ho veri e propri problemi economici, amo ancora il mio lavoro dopo più di trent’anni che lo esercito, ho veri amici e sono contornata da persone che mi vogliono bene ed a cui ne voglio io… quindi, facendo un bilancio dei miei "quasi" prima cinquant’anni so che è più che positivo. Ma la fantasia che ha accompagnato la mia adolescenza, i sogni che ho coltivato, la mia creatività, ciò che ero e  che ho lasciato per la strada con un pizzico di rimpianto, quello, che io lo voglia ammettere o meno, non fa più parte di me.

Escluso i miei gnometti. 

Chi mi conosce davvero, chi ha vissuto con me quegli anni di burrasca, chi ha avuto la chiave del mio cuore e l’accesso ai miei diari, sa di cosa sto parlando. Solo pochi giorni fa la mia caposala, che è stata mia compagna di classe durante il corso infermieri oltre che una carissima amica per anni, mi ha chiesto sottovoce: ma i tuoi gnometti come stanno? E ci siamo scambiate un sorriso complice che mi ha riportata per un momento brevissimo alla mia adolescenza.
Uno dei nanini di Margherita ©


Quando ero una ragazzina, chiusa e timida come tante ragazzine a quattordici o quindici anni,  avevo un'amica, una meravigliosa amica che aveva un’idea fantasiosa e tenera dei suoi pensieri: li vedeva come minuscoli nanini, tutti neri con un cappello da prete in testa, scorbutici ed antipatici, che correvano in giro per il suo cervello... Ho rubato e fatto mia quella sua idea, pensando invece ai miei pensieri come minuscoli gnometti  con i quali litigavo continuamente. Riguardando qualche vecchia pagina di quaderno dei primi anni di scuola superiore o i margini degli appunti della scuola per infermieri, mi ritrovo a commuovermi per la fantasia che dimostravo, per la tenerezza di certi discorsi solo apparentemente senza né capo né coda, per il grido di aiuto che oggi intravedo in quella mia piccola mania che le mie compagne di classe trovavano probabilmente solo l’ennesima stravaganza di una ragazzina un po’ stramba che tendeva ad isolarsi da tutti, che non amava le cose che amavano loro (la discoteca, i flirt coi coetanei, la moda), che non si metteva in mostra, che non si truccava né metteva in evidenza quel suo corpo che trovava orribile. Negli anni successivi, verso i diciotto-vent’anni, qualcosa in me si è ribellato a quell’immagine goffa che avevo di me stessa, ho trovato da qualche parte ironia, intraprendenza, malizia, voglia di sorridere, di amare, di vivere, e sono iniziati gli anni burrascosi della mia tarda adolescenza, quelli in cui la mia metamorfosi lasciava a bocca aperta i ragazzi, in cui ero solo vagamente conscia di un fascino tutto mio che non sapevo amministrare ma che usavo per istinto in modo spensierato senza accorgermi del fatto che così facendo mi procuravo  guai e dolore. Di quegli anni ho il ricordo di un fiore sbocciato troppo all’improvviso, di un vulcano in eruzione,  di una ragazza irrequieta, allegra, desiderosa di vivere tutto ciò che si era negata prima, di evadere dagli anni bui che avevano preceduto quel periodo, da quel brutto grasso anatroccolo che ero stata, da un padre troppo severo il cui amore ho capito troppo tardi,  da una vita di cui allora non apprezzavo niente e che oggi vorrei poter rivivere per berne a grandi sorsi la gioia che non sapevo di provare. Forse succede a tutti gli adolescenti?… (oggi che ho due figlie dell’età che ho vissuto peggio, e che vorrei essere capace di  trarre dai miei errori l’insegnamento giusto per trasmetterglielo…  per qualche maledetto motivo che non so non ne sono capace, e pur capendo la loro confusione, le loro difficoltà, le loro irrequietezze ed il loro disagio non sono in grado di aiutarle, o perlomeno non mi sembra di riuscirci).
Anna il vulcano, dicevo. Con uno spirito indipendente, ribelle, indomabile; un’esplosione continua di voglia di fare, di essere, di imparare, di costruire… Sparita la goffaggine, l’insicurezza, la timidezza… ma gli gnometti erano lì con me, implacabili e testardi, irriducibili ed indistruttibili. Mi hanno seguita per anni, per tantissimi anni, anche quando sono diventata mamma una prima e poi una seconda volta,  continuavo  a scriverne (come se fosse del tutto normale), a discutere con loro, ad immaginarli nella mia testa che marciavano con cartelli di protesta e gridavano slogan anti-Anna, mentre io urlavo di tacere  e tiravo loro le molotov. Sorrido mentre scrivo, giuro che è tutto vero, ho intere pagine di diario in cui parlo di loro, in cui li imbavaglio o li tramortisco, in cui ci battibecco e raramente ammetto le loro ragioni, in cui altrettanto raramente scrivo "Oggi i miei gnometti stanno zitti" oppure "Oggi io ed i miei gnometti andiamo d’accordo", ma molto più spesso scrivo "Oggi i miei gnometti sono polemici", poi l’immagine di un ometto stilizzato col cappello a punta dice in un fumetto "Ma per forza, tu …" ed io "Zitti voi, qui comando io!".


  
  


Un mio caro amico qualche anno fa, per un Natale che non ricordo ma che sicuramente mi trovava ultraquarantenne, mi ha regalato un colorato e simpatico porta-appunti dove una serie di buffi gnometti dal cappello a punta sono seduti in  fila… "mi hanno fatto pensare ai tuoi" mi disse offrendomeli, e da allora fanno bella mostra di sè sul mio tavolino personale in camera, il tavolino che sostituisce la stanza tutta per me che non ho mai avuto  (ho sempre desiderato un posto tutto mio dove ordine e disordine fossero solo miei ma non l’ho mai avuto). Ci attacco ogni tanto una foto, un pensiero, un bigliettino fantasioso, e guardo quegli gnometti che non somigliano molto ai miei ma che grazie al mio amico me li ricordano comunque… e mi ricordano che chi mi conosce davvero sa che esistono, che sono sempre lì, parte integrante di me, oggi un po’ invecchiati, meno agguerriti, un po’ più sereni ma sempre antipatici e scorbutici, pronti a brontolarmi, a protestare, a battere i piedi per terra o a sbuffare, e che solo quando me ne andrò da questo mondo terreno se ne andranno anche loro… forse… o forse, per la mia convinzione già condivisa su questo blog che qualcosa di noi rimane anche dopo la morte, resteranno qui, eredità scomoda per qualcuno che spero li tratterà meglio di me!