lunedì 24 agosto 2009

I miei nanini... i miei pensieri




Ogni tanto, a sorpresa e senza un vero motivo, i ricordi mi investono e mi commuovono, lasciandomi un po’ di amaro in bocca al pensiero di come sia volato il tempo, di quanto sono cambiata io, di come gli anni hanno fatto scempio della mia fantasia, della mia spensieratezza, dei miei entusiasmi, di me stessa. Ogni età, è ovvio, ha una sua bellezza. Io sono fortunata, sono sana malgrado i miei piccoli acciacchi, mi dicono che non dimostro gli anni che ho, ho una bella famiglia malgrado le preoccupazioni che inevitabilmente mi procura l’avere due figlie di età diverse ma entrambe critiche, non ho veri e propri problemi economici, amo ancora il mio lavoro dopo più di trent’anni che lo esercito, ho veri amici e sono contornata da persone che mi vogliono bene ed a cui ne voglio io… quindi, facendo un bilancio dei miei "quasi" prima cinquant’anni so che è più che positivo. Ma la fantasia che ha accompagnato la mia adolescenza, i sogni che ho coltivato, la mia creatività, ciò che ero e  che ho lasciato per la strada con un pizzico di rimpianto, quello, che io lo voglia ammettere o meno, non fa più parte di me.

Escluso i miei nanini. 

Chi mi conosce davvero, chi ha vissuto con me quegli anni di burrasca, chi ha avuto la chiave del mio cuore e l’accesso ai miei diari, sa di cosa sto parlando. Solo pochi giorni fa la mia caposala, che è stata mia compagna di classe durante il corso infermieri oltre che una carissima amica per anni, mi ha chiesto sottovoce: ma i tuoi nanini come stanno? E ci siamo scambiate un sorriso complice che mi ha riportata per un momento brevissimo alla mia adolescenza.

Quando ero una ragazzina, chiusa e timida come tante ragazzine a quattordici o quindici anni,  avevo un’idea fantasiosa e tenera dei miei pensieri: li vedevo come minuscoli nanini, tutti neri con un cappello da prete in testa, scorbutici ed antipatici, che correvano in giro per il mio cervello e con i quali litigavo continuamente. Riguardando qualche vecchia pagina di quaderno dei primi anni di scuola superiore o i margini degli appunti della scuola per infermieri, mi ritrovo a commuovermi per la fantasia che dimostravo, per la tenerezza di certi discorsi solo apparentemente senza nè capo nè coda, per il grido di aiuto che oggi intravedo in quella mia piccola mania che le mie compagne di classe trovavano probabilmente solo l’ennesima stravaganza di una ragazzina un po’ stramba che tendeva ad isolarsi da tutti, che non amava le cose che amavano loro (la discoteca, i flirt coi coetanei, la moda), che non si metteva in mostra, che non si truccava nè metteva in evidenza quel suo corpo che trovava orribile. Negli anni successivi, verso i diciotto-vent’anni, qualcosa in me si è ribellato a quell’immagine goffa che avevo di me stessa, ho trovato da qualche parte ironia, intraprendenza, malizia, voglia di sorridere, di amare, di vivere, e sono iniziati gli anni burrascosi della mia tarda adolescenza, quelli in cui la mia metamorfosi lasciava a bocca aperta i ragazzi, in cui ero solo vagamente conscia di un fascino tutto mio che non sapevo amministrare ma che usavo per istinto in modo spensierato senza accorgermi del fatto che così facendo mi procuravo  guai e dolore. Di quegli anni ho il ricordo di un fiore sbocciato troppo all’improvviso, di un vulcano in eruzione,  di una ragazza irrequieta, allegra, desiderosa di vivere tutto ciò che si era negata prima, di evadere dagli anni bui che avevano preceduto quel periodo, da quel brutto grasso anatroccolo che ero stata, da un padre troppo severo il cui amore ho capito troppo tardi,  da una vita di cui allora non apprezzavo niente e che oggi vorrei poter rivivere per berne a grandi sorsi la gioia che non sapevo di provare. Forse succede a tutti gli adolescenti?… (oggi che ho due figlie dell’età che ho vissuto peggio, e che vorrei essere capace di  trarre dai miei errori l’insegnamento giusto per trasmetterglielo…  per qualche maledetto motivo che non so non ne sono capace, e pur capendo la loro confusione, le loro difficoltà, le loro irrequietezze ed il loro disagio non sono in grado di aiutarle, o perlomeno non mi sembra di riuscirci).
Anna il vulcano, dicevo. Con uno spirito indipendente, ribelle, indomabile; un’esplosione continua di voglia di fare, di essere, di imparare, di costruire… Sparita la goffaggine, l’insicurezza, la timidezza… ma i nanini erano lì con me, implacabili e testardi, irriducibili ed indistruttibili. Mi hanno seguita per anni, per tantissimi anni, anche quando sono diventata mamma una prima e poi una seconda volta,  continuavo  a scriverne (come se fosse del tutto normale), a discutere con loro, ad immaginarli nella mia testa che marciavano con cartelli di protesta e gridavano slogan anti-Anna, mentre io urlavo di tacere  e tiravo loro le molotov. Sorrido mentre scrivo, giuro che è tutto vero, ho intere pagine di diario in cui parlo di loro, in cui li imbavaglio o li tramortisco, in cui ci battibecco e raramente ammetto le loro ragioni, in cui altrettanto raramente scrivo "Oggi i miei nanini stanno zitti" oppure "Oggi io ed i miei nanini andiamo d’accordo", ma molto più spesso scrivo "Oggi i miei nanini sono polemici", poi l’immagine di un ometto stilizzato col cappello dice in un fumetto "Ma per forza, tu …" ed io "Zitti voi, qui comando io!".


  
  

Un mio caro amico qualche anno fa, per un Natale che non ricordo ma che sicuramente mi trovava ultraquarantenne, mi ha regalato un colorato e simpatico porta-appunti dove una serie di buffi gnometti dal cappello a punta sono seduti in  fila… "mi hanno fatto pensare ai tuoi nanini" mi disse offrendomeli, e da allora fanno bella mostra di sè sul mio tavolino personale in camera, il tavolino che sostituisce la stanza tutta per me che non ho mai avuto  (ho sempre desiderato un posto tutto mio dove ordine e disordine fossero solo miei ma non l’ho mai avuto). Ci attacco ogni tanto una foto, un pensiero, un bigliettino fantasioso, e guardo quegli gnometti che non somigliano per niente ai miei nanini ma che grazie al mio amico me li ricordano comunque… e mi ricordano che chi mi conosce davvero sa che esistono, che sono sempre lì, parte integrante di me, oggi un po’ invecchiati, meno agguerriti, un po’ più sereni ma sempre antipatici e scorbutici, pronti a brontolarmi, a protestare, a battere i piedi per terra o a sbuffare, e che solo quando me ne andrò da questo mondo terreno se ne andranno anche loro… forse… o forse, per la mia convinzione già condivisa su questo blog che qualcosa di noi rimane anche dopo la morte, resteranno qui, eredità scomoda per qualcuno che spero li tratterà meglio di me!